E' morta Ada Bardini ved. Pinto
Orazione funebre di Manlio Milani 15 Luglio 2005


MANLIO MILANI - PIAZZA LOGGIA 15.7.05 - IN RICORDO DI ADA BARDINI PINTO.


Cara Ada,
ci siamo conosciuti quel 28 maggio del 1974 “dentro” la strage di piazza Loggia: una tragicità personale e collettiva. Eri poco più che ventenne e da soli otto mesi sposata con Luigi. Quel giorno con lui morì anche la tua giovinezza, la gioia della scelta di una vita in comune, la condivisione di progetti che vi avevano uniti, e infine la stessa passione per l’insegnamento.
La scuola: vissuta insieme come luogo privilegiato del far cultura ma intesa come processo partecipato nella formazione delle coscienze e non solo come diritto da garantire a tutti.

Appartenevate a quella generazione che, negli anni ’70, voleva cambiare in profondità un paese che appariva ancora arcaico, che aveva avviato un percorso di rivendicazioni pubbliche in forme inedite sotto la spinta di movimenti giovanili certamente lontani, in quel momento, dalle forme distruttive che in molti casi assumeranno.
Alla metà del decennio la necessità e la speranza di cambiare in profondità il paese sembravano destinate a prevalere in una marcia scandita dal referendum sul divorzio e poi dalle elezioni amministrative del 1975.

Tutto in brevissimo tempo si esaurì: per la degenerazione del Palazzo che non esitò ad alimentare violenza e trame eversive per bloccarne la spinta; per responsabilità degli adulti e differenti attori politici e sociali che non seppero interpretare e dare sbocco positivo a quell’ansia di rinnovamento; ma anche perché non capimmo quella “mutazione antropologica”denunciata da Pasolini e che investì l’insieme del paese.

Eppure quel giorno al cronista che ti chiese se si potevano definire, gli esecutori della strage, “belve umane” tu rispondesti: “chi li ha pagati e armati?”.
Una risposta che indicava immediatamente la necessità di guardare oltre le apparenze.
Una risposta che, forte di quella esperienza, conteneva già la tua volontà di percorrere la pesante strada del testimone di quella tragedia, a lottare contro quel silenzio che è stato il primo punto da combattere contro chi voleva far dimenticare per poter annullare le ragioni, i perchè del disegno stragista.

Una testimonianza, la tua, fatta più di presenza costante e discreta che di parole pubbliche, vissuta nella solitudine e nel distacco nei confronti di una città che non sentivi tua. Una presenza che nasceva dalla consapevolezza che le cose accadute a te possono accadere anche agli altri.
Una testimonianza fatta di gesti, di simboli tesi a salvaguardare l’identità di quei compagni, la loro storia. Una testimonianza che voleva dirci dell’impossibilità di disgiungere i loro sentimenti e la loro capacità nel vivere la politica, annullandone gli spazi storici entro i quali si erano formati.

Un atteggiamento, mi facesti notare, che evidenziava il mio timore a ricordare la loro identità politica, a parlare delle loro scelte, a dire che erano “Compagni”, come se la loro morte apparisse meno credibile a fronte della caduta di un mondo di valori ai quali facevano riferimento.

Osservandoli, mi rendevo conto che i tuoi gesti volevano semplicemente ribadire che quella storia è anche la nostra storia, ci appartiene, si colloca dentro il comune orizzonte dei valori dell’antifascismo e la sua memoria continua a nutrire, con democratica e testarda insistenza, la speranza di verità e la nostra volontà di non rinunciare ad individuare i responsabili della strage.

Proprio per questo non hai mai mancato di essere presente nei momenti istituzionali del ricordo o della rivendicazione: la strada che ancora una volta con la tua presenza volevi evidenziare era quel diritto di cittadinanza che si afferma dentro le regole democratiche e che reclama in primo luogo l’assunzione diretta di responsabilità per poi diventare fatto collettivo.

Ma questo era il tuo senso della storia: viverla e non limitarsi a subirla.

Ma la tua testimonianza, soprattutto nella scuola, aveva anche un altro scopo: quello di far emergere – anche attraverso la sofferenza – il valore irripetibile della vita, della sua normalità fatta di gesti quotidiani, di accettazione dell’altro, di rifiuto della paura che il terrorismo - e chi lo strumentalizza - vuole ingenerare per ridurre spazi di libertà e quindi renderci estranei a noi stessi e alla società.
Se obbiettivo del terrorismo – ieri come oggi – resta quello di includere elementi di inciviltà nella società e determinare le condizioni per uno scambio democrazia/sicurezza, tu ad esso contrapponevi nella pratica quotidiana un’idea di memoria positiva che esaltava il sistema democratico in quanto garante del conflitto dentro le regole.

Questi erano i valori che volevi trasmettere alle nuove generazioni e per questo hai continuato nelle difficile strada del testimoniare.

La strage che aveva violentemente interrotto i tuoi rapporti affettivi, ti obbligò a portare il peso di un lutto dove la dimensione personale si era intrecciata con la tragicità della storia.
Ti pesava quell’essere simbolo di una vicenda spesso evocata perché considerata nota. Una vicenda raccontata, non una vicenda vissuta.
C’è un rischio nella ripetitività del raccontare, ed è quello di rendere astratti gli avvenimenti, di farne oggetto di dissertazioni, di dargli al più carattere d’insegnamento ma togliendogli urlo, rantoli, sangue.
“Siamo un dolore pubblico” ci ha ricordato Beatrice Bazoli, ed è qui che si forma quella sorta di “prigionia del ricordo” al quale il testimone è spesso condannato.
Eri consapevole che l’indistinguibilità tra essere cittadino ed essere familiare di vittima non è tra il vivere e il raccontare il proprio dolore quanto, attraverso il racconto della propria esperienza, trasmettere il senso dell’accaduto, che cosa esso ha prodotto e non solo il perché di quell’accaduto.

Insieme abbiamo fondato l’Associazione dei familiari per poi collegarci con le associazioni delle altre città ferite. L’abbiamo fatto per meglio sopportare la fatica della memoria, per non delegarla esclusivamente ad altri, per cercare d’impedire che nel silenzio e nella memoria deviata si affermi quella omologazione dei fatti che è rinuncia a qualsiasi rivisitazione critica e di comprensione di quel passato in funzione di un impresentabile presente.

Cara Ada,
siamo qui in Piazza Loggia, di fronte a quei nomi incisi sulla pietra che continuano a parlarci, a testimoniare la certezza del fatto accaduto, a ricordarci le ragioni della loro consapevole presenza in piazza in quel 28 maggio del 1974.
Hai cessato di vivere senza aver potuto risolvere il nodo che ti angustiava perchè tramandare alle nuove generazioni l’idea di impunità significa tramandare una esperienza pratica in cui le regole della comunità possono essere trasgredibili nei comportamenti quotidiani e magari in rapporto alle scelte di campo.

Così quello stele con quei nomi a causa dell’impunità, nel tempo, corre il rischio di apparire diverso agli occhi delle nuove generazioni, di lasciare tracce esteriori nella coscienza di chi non è stato coinvolto in prima persona.
Sta qui la funzione decisiva della punibilità che può trasformare quel fatto in coscienza storica. Diversamente, nel tempo, esso assurgerà a emblema del fallimento dello Stato di diritto. Non era questa l’eredità che volevi lasciarci.

Cara Ada,
avevi progettato di usare la tua prossima andata in pensione per recarti in Africa con Alberto a svolgere volontariato presso quelle popolazioni martoriate. Una malattia ti ha impedito di realizzarlo.
Così raggiungerai anzitempo “le care voci dei miei compagni ” e a noi che leggiamo, ascoltiamo, guardiamo, toccherà tener viva quell’esperienza vissuta insieme.
Ciao Ada.

MANLIO MILANI
PIAZZA LOGGIA 15.7.05 - IN RICORDO DI ADA BARDINI PINTO.


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