La vicenda giudiziaria.- sintesi
La vicenda giudiziaria sulla strage di Piazza della Loggia, si caratterizza per 4 ISTRUTTORIE (8 procedimenti): con imputati differenti e con testimoni che si tramutano in imputati rivelatisi poi estranei alla vicenda.

Si confrontano 2 IPOTESI DIFFERENTI:
le prime due istruttorie, e i relativi procedimenti, si basano su una pista fondamentalmente bresciana con al centro piccoli delinquenti e giovani neofascisti della Brescia-bene.

Le altre due istruttorie seguono una pista che, partendo dagli ambienti neofascisti milanesi, finiscono per investire l'intero panorama eversivo degli anni '70.

Le due ipotesi ,a loro volta, SI DISTINGUONO IN DUE FILONI:

1) nel primo filone ci si avvale d'indagini svolte dalle forze dell'ordine e da testimoni considerati coinvolti direttamente nella vicenda.

2) nel secondo filone ci si basa su rivelazione di pentiti e no dell'area della destra e carceraria.

Per questi due filoni,anche se si sovrapporranno, si può fissare anche una PERIODIZZAZIONE :

1) il primo inizia nel 1974 e si conclude con la Cassazione il 25.9.1987;

2) il secondo inizia il 1984 e si conclude il 23.5.1993 con la sentenza/ordinanza emessa da G.I. Gianpaolo Zorzi.

Una loro CARATTERISTICA COMUNE è che, in entrambi i casi ,si procede per la strage connessa ad altri reati, vale a dire:

a) strage e morte di Silvio Ferrari appartenente al gruppo "La Fenice";

b) strage e morte di Ermanno Buzzi principale imputato nella prima istruttoria.

In sostanza: "non ci si trova MAI davanti a un singolo episodio, ma ad una serie di eventi collegati tra di loro; e se nel primo filone questa concatenazione resta sostanzialmente limitata all'ambiente bresciano, con la terza istruttoria si allarga ad una serie di altre inchieste sul terrorismo; soprattutto quella sul Mar di Carlo Fumagalli, che si svolge a Brescia e quella del gruppo ordinovista milanese "La Fenice".

In quest'ultimo caso gli elementi d'indagine sono forniti dalla magistratura fiorentina che indagava sugli attentati ai treni negli anni 74/83.

( note tratte da Valerio Marchi: "La morte in Piazza. Venti anni d'indagini, processi e informazione sulla strage di Brescia", Grafo editore, 1996 ).

ITER GIUDIZIARIO

Prima istruttoria: 14.6.1974 / 17.5.1977; giudice istruttore Domenico Vino.
Il sostituto procuratore di Brescia Francesco Trovato chiede il rinvio a giudizio di 30 persone, tra cui Ermanno Buzzi, imputati dell'omicidio di Silvio Ferrari e della strage di piazza della Loggia. La richiesta viene accolta dal GI Domenico Vino, che dispone il rinvio a giudizio degli imputati davanti la Corte di assise di Brescia.

Giudizio di primo grado. Corte di assise di Brescia (sentenza del 2 luglio 1979; presidente Giorgio Allegri).
Viene condannato all'ergastolo Ermanno Buzzi e a dieci anni e sei mesi Angiolino Papa quali esecutori materiali della strage. Sono assolti tutti gli altri imputati del reato di strage. Ferdinando Ferrari viene condannato a 5 anni per la detenzione dell'ordigno esplosivo che ha provocato la morte di Silvio Ferrari e ad 1 anno per l'omocidio colposo del medesimo. Marco De_Amici viene condannato con Pierluigi Pagliai per il trasporto dell'esplosivo, di proprietà di Silvio Ferrari, da Parma a Brescia e di cui si perdono le tracce alla data del 27 maggio, vigilia della strage.

Istruttoria Ugo Bonati (sentenza del 17 dicembre 1980; giudice istruttore Michele Besson).

La posizione di Ugo Bonati, mantenuto fino alla fine nella posizione di testimone dell'accusa, ma facente parte, sempre secondo l'accusa, del gruppo bresciano degli attentatori, con Ermanno Buzzi e in posizione speculare con Angiolino Papa, viene rimessa dalla Corte d'Assise alla Procura della Repubblica perchè proceda contro di lui per il reato di Strage in concorso con Buzzi e A.Papa.

Pochi giorni dopo la sentenza la Procura della Repubblica emetterà, nei confronti di Bonati, mandato di cattura per strage.

Stranamente Bonati, che per anni era stato controllato a vista dai Carabinieri, non viene rintracciato.

Il GI, su conforme richiesta del pool di Pubblici Ministeri che ha condotto l'istruttoria su Bonati, ne pronuncia la assoluzione per non aver commesso il fatto. Viene accertato che quanto detto dal super-testimone sulla strage, sul ruolo degli altri imputati, ma anche sul proprio, è completamente falso.

Tuttavia Bonati, che era scomparso l'anno prima, non ricompare e da allora non ricomparirà più.

Giudizio di secondo grado. Corte di assise di appello di Brescia (sentenza 2 marzo 1982; presidente: Francesco Pagliuca).
Il dibattimento è preceduto dalla MORTE DI BUZZI. Il 13.4.1981 alla vigilia del processo di appello Buzzi viene trasferito, contro ogni regola, nel carcere di massima sicurezza di Novara, dove sono reclusi i big dell'eversione nera.

Questo benchè sul periodico Quex, redatto dai carcerati di destra, sia già stato bollato come informatore dei carabinieri, e ciò equivalga ad una condanna a morte.

Il primo giorno Buzzi si rifiuta di uscire per l'ora d'aria, ma il giorno successivo, tranquillizzato dai "camerati" esce dalla sua cella.

Nel cortile del carcere viene ucciso da Tuti e Concutelli, stragolato con lacci di scarpe. I due per sfregio gli schiacciano gli occhi.

Il 2 marzo 1982 la Corte D'Assise d'Appello conferma le assoluzioni della sentenza di primo grado e assolve, per non aver commesso il fatto, Angiolino Papa.

Solo per Marco De Amici si conferma la detenzione di esplosivo, ma la pena viene ridotta a 3 anni e 4 mesi.

A Buzzi e dedicato un capitolo dal titolo
" Un cadavere da assolvere".

La sentenza ripercorre l'iter logico della sentenza su Ugo Bonati del Giudice Istruttore e stigmatizza, come già in quella di primo grado, l'uso della carcerazione dei testimoni per piegarli alla conferma delle tesi accusatorie.

Corte di Cassazione (sentenza del 30 novembre 1983; presidente: Marco Di Marco).
La Corte di Cassazione annulla la sentenza della Corte d'assise d'Appello per difetto di motivazioni e rinvia gli atti alla Corte d'Assise d'Appello di Venezia.

Giudizio di rinvio. Corte di assise di appello di Venezia (sentenza del 19 aprile 1985: presidente Corrado Ambrogi.)
La Corte pronuncia una nuova sentenza di assoluzione per insufficienza di prove per tutti gli imputati, mentre conferma la condanna per Marco De Amici.

Singolare la formula assolutoria adottata in favore di Raffaele Papa, "perchè il fatto non costituisce reato", quasi che fosse possibile partecipare ad un attentato di tale fatta, con imputati che invece ne sono stati assolti, commettendo un fatto che non è reato.

Corte di cassazione. Sentenza del 25 settembre 1987; presidente: Corrado Carnevale).

La Corte di Cassazione, che aveva annullato la sentenza di Brescia per difetto di motivazione, rigetta invece i ricorsi contro quella di Venezia, che evidentemente è motivata, per i giudici romani, in modo logico. La sentenza di Venezia viene cosi confermata definitivamente.

Terza istruttoria (23 marzo 1984 - 23 marzo 1986: giudice istruttore Gianpaolo Zorzi).
A seguito di una serie di rivelazioni di pentiti viene aperta una nuova istruttoria affidata al sostituto procuratore Michele Besson.

L'inchiesta si conclude con la richiesta di rinvio a giudizio per Cesare Ferri (già comparso e successivamente scagionato nella prima istruttoria) e per Alessandro Stepanoff come esecutori della strage.Inoltre dall'indagine sull'uccisione di Buzzi emergono rapporti tra Sergio Latini, direttore di Quex, e Ferri suo testimone di nozze.

Viene ipotizzato dagli inquirenti bresciani che, in previsione dell'appello a Brescia, sia stato conventuto, attraverso Latini, tra Ferri Tuti e Concutelli, l'omicidio del Buzzi per tappargli la bocca in previsione dell'appello stesso, al quale Buzzi arriverebbe con la sicurezza di un esito assolutorio, vista la conclusione dell'istruttoria Bonati.

Latini conferma di essere stato latore del messaggio di Ferri ai due terroristi neri.

Approfondendo il movente dell'omicidio, si sviluppa la terza istruttoria sulla strage che porterà al rinvio a giudizio, per omicidio, di Latini e Ferri; per strage di Ferri e Stepanoff, l'amico che gli aveva fornito l'alibi per la mattina del 28 maggio 1974, indispensabile per neutralizzare la testimonianza di un sacerdote, don Gasparotti, che già nell'ambito della prima istruttoria aveva affermato (e mai smentirà) di aver visto il Ferri, la mattina della strage, intorno alle 7,30, nella chiesa di S.Maria Calchera.

Nel corso di questa terza istruttoria vengono indagati anche altri soggetti, tra cui Marilisa Macchi che dirà di averlo accompagnato a Brescia la mattina della strage.

L'istruttoria viene divisa in due tronconi: Ferri, Latini e Stepanoff vengono, come detto, rinviati a giudizio, mentre vengono stralciate, per la prosecuzione delle indagini, la posizione di Marco Ballan, Giancarlo Rognoni, Luciano Benardelli, Fabrizio Zani e Marilisa Macchi.

Giudizio di primo grado. Corte di assise di Brescia (sentenza del 23 maggio 1987: presidente Oscar Bonavitacola).

La Corte assolve per insufficienza di prove Ferri, Latini e Stepanoff.

Giudizio di secondo grado. Corte di assise di appello di Brescia (sentenza del 10 marzo 1989; presidente: Riccardo Ferrante).
La Corte assolve gli imputati per non aver commesso il fatto.

Corte di Cassazione (sentenza del 13 novembre 1989; presidente: Corrado Carnevale).

La Corte dichiara inammissibile il ricorso avverso la sentenza di appello, che risulta definitivamente confermata.

Va sottolineato che la Corte di Cassazione ha deciso senza aver neppure richiesto ed esaminato gli atti del processo, come verrà successivamente accertato.

Va ricordato che le sentenze rese ad esito di dibattimento, come quelle delle Corti D'Assise prima ricordate, formano un giudicato che non potrà più essere modificato, anche in presenza di prove inconfutabili di colpevolezza.
Ad esempio: Cesare Ferri ha ottenuto dalla Corte di Appello di Brescia cento milioni quale risarcimento della ingiusta detenzione patita.

Diversamente la sentenza, istruttoria come quella del GI Zorzi, non è definitiva nel senso che con nuove prove l'indagine può essere riaperta (ed è quanto avverrà successivamente).

Quarta istruttoria (sentenza del 23 maggio 1993; giudice istruttore: Gianpaolo Zorzi).

Ad esaurimento del termine previsto dalla riforma del processo penale, il GI Gianpaolo Zorzi, conclude l'istruttoria nei confronti di: Marco Ballan, Fabrizio Zani, Giancarlo Rognoni, Bruno Luciano Benardelli e Marilisa Macchi, in ordine alle imputazioni di concorso in strage e di detenzione e porto illegale d'armi. Il GI accoglie le richiesta di proscioglimento di tutti gli imputati per non aver commesso il fatto.

Lo stesso GI accoglie anche la richiesta del PM di stralcio degli atti relativi alla mancata rogatoria in Argentina di Gianni Guido ed alla testimonianza di Maurizio Tramonte (fonte "Tritone").

Tali fatti (che si aggiungono ad altri richiamati nella sentenza)rafforzano la convinzione che attorno alla strage si siano mossi interessi forti del "partito
del golpe" e trasformano questa fase istruttoria in un vero e proprio atto d'accusa sulle complicità istituzionali che hanno continuato a proteggere gli esecutori e soprattutto i mandanti della strage.

Una nuova istruttoria: il 10.10.1993 in seguito a dichiarazioni rilasciate da Donatella di Rosa, è stata riaperta una nuova istruttoria (tutt'ora in corso) affidata ai sostituti procuratori Roberto Di Martino e Francesco Piantoni.

LA POLITICITA' DELLA STRAGE E IL MARCHIO DI FABBRICA.

Se è vero che in poco più di venti anni non si è riusciti a dare un volto agli autori della strage, è altrettanto vero che l'azione giudiziaria ha comunque saputo svelare scenari tali da spingere il GI Gianpaolo Zorzi a scrivere nella sua sentenza/ordinanza del 23.5.1993 che l'ordigno esploso in piazza della Loggia non fu strumento di " una strage indiscriminata, di un atto di terrorismo puro (.) ma un vero e proprio attacco diretto e frontale all'essenza della democrazia (.) Questa evidentissima caratterizzazione nei termini di un micidiale colpo inferto al cuore dello Stato, ovviamente inteso non come apparato, ma come corpo sociale (..), fa della strage di Brescia indiscutibilmente quella a più alto tasso di politicità (.)" (pagg.25).

Sottolineerà ancora Zorzi in una intervista del maggio 1995 rilasciata a "Numero zero",primo numero del periodico "Brescia Set":
Continuo ad essere convinto che la strage di Piazza della Loggia rappresenti, in questo quadro, uno snodo importante. E cosi importante che personaggi, pur disposti a parlare su altri episodi del passato, qui, sulla soglia di questo eccidio, si fermano e non sono disposti a collaborare.

"La verità la so" mi ha detto Gaetano Orlando, il cassiere del Mar, "la so e l'ho appresa in Spagna, ma non posso raccontarla perchè non arriverei vivo al processo". Questo mi ha detto Orlando.

Ma la stessa cosa mi ha confessato Biagio Pittaresi, un vecchio arnese della destra milanese. E dietro al silenzio si è trincerato anche uno come Vincenzo Vinciguerra, che la verità la conosce benissimo".

E aggiungerà ancora Zorzi "...benchè non rivendicata la strage del 28 maggio 1974 rechi in sé - in quella sua specifica connotazione e nelle concrete circostanze di tempo, di luogo e di situazioe in cui ebbe a consumarsi - il proprio inconfondibile "MARCHIO DI FABBRICA"; quello stesso marchio che (..) risultò avere il micidiale ordigno che solo per la provvidenziale imperizia dell'attentatore, Nico Azzi, non esplose il 7.4.1973 sul treno Torino-Roma; quello stesso marchio che ritroviamo cinque giorni dopo - il 12 aprile 1973 - sulla bomba a mano che a Milano squarciò il petto dell'agente di PS Antonio Marino". (pagg.27/28).

A ciò si aggiungano le affermazioni di Vincenzo Vinciguerra - autore reo-confesso della strage di Peteano del 1972: "Ciò che fin da ora ritengo di potere affermare, sia pure in linea generale, è che ben chiara è l'area a cui vanno riferite le scelte e le operazioni di strage, compresa quella di Brescia. Per quanto è a mia conoscenza tale area va individuata, e non ho alcuna difficoltà a farlo, nel gruppo di Ordine Nuovo, che vedeva nella strage lo strumento per creare la punta massima di disordine al fine di ristabilire l'ordine".

Stessa tesi viene ribadita da Fabrizio Zani che (sotto il peso dell'ergastolo inflittogli per l'omicidio di Mauro Mannucci) ammetteva "L'esistenza di un cordone ombelicale che (..) aveva saldato certe aree dell'estrema destra ad apparati e settori dello Stato, in chiave di strumentalizzazione da parte di questi nei confronti di quelle aree (..) col miraggio del colpo di Stato risanatore".

Commenterà Valerio Marchi (La morte in Piazza op.cit. pag.29) che "Proprio nelle vicende che animano la scena eversiva italiana tra il 1973 ed il 1974 vanno infatti ricercati i veri motivi che hanno indotto gli autori a deporre il proprio carico di morte in piazza della Loggia, probabile segnale d'inizio di una azione a più vasta scala, tesa ad abbattere la democrazia ed instaurare anche in Italia un regime militare".

Non a caso il pretore di Bologna Giancarlo Scarpari sottolinerà come il 1974 non sia soltanto "l'anno delle stragi, rivendicate da sigle dell'estremismo fascista: quella di piazza della Loggia del 28 maggio e quella del treno Italicus del 4 agosto (..) ma è anche l'anno in cui si registrano ben tre diversi tentativi di colpo di Stato ( uno a gennaio, uno in agosto e l'ultimo in autunno) (..) (e che) coincide col periodo di maggior crescita della eversione di destra in Italia".
(G.C.Scarpari:"Il 1974, l'anno della svolta" in V.Borraccetti (a cura) Eversione di destra, terrorismo, stragi. I fatti e l'intervento giudiziario. F.Angeli, 1986).

Valerio Marchi ( in "La morte in piazza",op. cit. pag. 29 ) evidenzierà come la natura politica della strage trovi risalto in una " serie di episodi emersi lungo il cammino processuale,che instillano fondati sospetti sul ruolo svolto dai corpi separati dello Stato e legano indissolubilmente la strage a quei piani golpisti che proprio in quei giorni avrebbero dovuto trovar compimento " .

QUALI LE RAGIONI DI TUTTO CIO' ?

1) Le stragi non hanno prodotto golpe,cioè la svolta da molti auspicata,ma si sono rivelate " il più potente strumento di condizionamento della vita politica (.) garantendo la conservazione dell'esistente e la salvaguardia degli interessi economici e politici " ;

2) Gli autori dele stragi ,i mostri - tutti - andavano comunque salvaguardati ,
" ripagati dei servizi resi alla causa e del silenzio rigorosamente mantenuto, occultando la verità in tutti i modi possibili " ;

3) Da qui il granitico muro di omertà che, se si rompesse definitivamente, disvelerebbe la verità,evidenziando intrecci che " rischierebbero di compromettere anche quelle ( in fin dei conti riconoscenti ) posizioni di potere " ;

Oggi la ricerca della verità corre sulle corde di una " volontà politica che ancora tarda a manifestarsi ".

( GI Giampaolo Zorzi: Sentenza/Ordinanza 23/5/1993 ).



(a cura di Andrea Ricci)


spaziatore
archivio fotoArchivio fotografico archivio audioArchivio audio archivio videoArchivio video